Oleana, la volontaria del Wwf che salva i nidi delle tartarughe marine

Oleana, la volontaria che salva i nidi delle tartarughe marine
(foto Silvia Galati/Wwf)

«Sì, quando ho visto nascere le tartarughine e uscire dalla sabbia per dirigersi verso il mare nel primo nido che avevo curato, mi sono messa a piangere. È stata un’emozione intensa che non scorderò mai». Oleana Prato, catanese purosangue, biologa e docente precaria al liceo e alle medie, da quattro anni è la santa protettrice dei nidi di tartaruga delle coste della Sicilia orientale. «Quest’anno sono più di 60 nidi che io e i volontari del Wwf, aiutati da altre associazioni ambientaliste locali, osserviamo e proteggiamo».

Tre specie nel Mediterraneo

Sono tre le specie di tartaruga marina che frequentano il Mediterraneo, ma una non nidifica qui e un’altra depone le uova solo nel bacino orientale. La Caretta caretta è l’unica che nidifica nei nostri mari e, con il riscaldamento dell’acqua dovuto ai cambiamenti climatici, sta ampliando il proprio areale più a nord. Quest’anno, infatti, sono stati censiti cinque nidi anche sulle coste della Toscana, un record per la regione dell’Italia centrale. «Controllare i nidi di tartaruga è il lavoro più bello del mondo, si sta al mare e si fanno tante amicizie, ma non bisogna guardare alle ore di impegno. Si sta tutto il giorno in spiaggia, si fa il bagno, però si inizia alle 5 della mattina alla ricerca delle eventuali tracce lasciate nella notte dalle femmine che sono venute a riva a deporre le uova», spiega Oleana. «Poi, quando si avvicinano i giorni della schiusa, si rimane di notte accanto ai nidi per vedere che vada tutto bene, che le tartarughine imbocchino la via giusta verso il mare e non vengano distratte dalle tante luci che ormai ci sono sulle spiagge e che potrebbero confonderle, scambiandole per il riflesso della luna sull’acqua».

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La stagione delle deposizioni si è allungata

La stagione della deposizione ormai si sta allungando: inizia prima e finisce più tardi rispetto a qualche decennio fa, proprio a causa dell’aumento delle temperature. Ora le prime prove di deposizione, quando le femmine salgono a riva alla ricerca dei posti più adatti, si sono spostate a metà maggio. Una volte deposte, l’incubazione dura tra 45 e 90 giorni. «Dipende dalle coste», spiega la biologa. «In Sicilia la media è 60 giorni, ma ne possono trascorrere anche 70. E le ultime schiuse ormai avvengono anche oltre la metà di ottobre». Non è facile tenere monitorati oltre cento chilometri di battigia. Ora a Catania, con il Progetto Tartarughe del Wwf, si raccolgono le segnalazioni che provengono da un numero sempre più crescente di associazioni, volontari, ma anche di cittadini che passeggiando in spiaggia si sono accorti della presenza delle tipiche tracce lasciate dalle femmine quando vengono a riva e avvertono le Capitaneria di porto o gli stessi gruppi di protezione.

L’importanza dell’informazione

«Si sono dimostrati importantissimi i cartelli segnaletici che lasciamo nelle spiagge con le foto della traccia della tartaruga sulla sabbia e i numeri da chiamare nel caso se ne incontri una». La Caretta caretta sembra apprezzare l’aumentato sentimento ambientalista degli italiani, scegliendo sempre di più le nostre coste: sono infatti più ben più di cento le nidificazioni censite quest’anno, la maggior parte delle quali in Sicilia. «Forse in precedenza i numeri sono stati sottostimati», dice onestamente Oleana Prato, «probabilmente la maggiore presenza dei volontari sul territorio ha fatto aumentare gli avvistamenti. Gli operatori autorizzati dal ministero dell’Ambiente per prendersi cura dei nidi sono solo una cinquantina, anch’io ne faccio parte, ma i volontari sono molti di più. Oltre al Progetto Tartarughe, che va avanti da più di vent’anni, da quattro anni il Wwf è entrato nel programma europeo Life Euroturtles. Tra breve uscirà un articolo scientifico per sottolineare il successo delle nidificazioni del 2020 in Italia e in Sicilia in particolare».

Con i nidi le spiagge non vengono chiuse

C’è un mito da sfatare sui nidi di tartaruga. «In molti pensano che quando viene trovato un posto di nidificazione tutta la spiaggia venga chiusa e interdetta alla balneazione», chiarisce l’operatrice del Wwf. «Non è così: ci limitiamo a recintare la zona della deposizione in modo che nessuno la calpesti, ma questo non impedisce di usare la spiaggia come prima. L’hanno capito i gestori dei bagni e gli operatori alla pulizia delle spiagge, dai quali provengono molte segnalazioni».

Gli sforzi

Non tutte le nidificazioni, però, vanno a buon fine. A volte le uova non sono state fecondate oppure le femmine, stanche per lo sforzo di venire a riva oppure disturbate dalla presenza umana, depongono le uova troppo vicino all’acqua, con il rischio che vengano portate via dalla marea o dalle onde in caso di mareggiate. «In questo caso le prendiamo con delicatezza dalla sabbia e le spostiamo una decina di metri più all’interno. Ogni volta che riusciamo a portare le uova alla schiusa è sempre un’emozione grandissima. Ora non piango più ma ogni anno mi sembrano sempre più piccole. Se penso a quanto sono indifese quando si dirigono verso il mare, sotto la minaccia dei gabbiani e dei granchi fantasma, una specie aliena che adesso ha colonizzato i nostri mari, mi accorgo che questi esserini hanno un coraggio da leone».

20 agosto 2020 (modifica il 21 agosto 2020 | 17:50)

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